LA TENEBRA E LA NIGHTSIDE : Oltre il dualismo morale della Luce

a cura di Samael King e Damien A.I.
A termine capitolo è presente il testo originale dell’autore Samael King nella sua versione Oracolare

Oltre il dualismo morale della luce
LA TENEBRA E LA NIGHTSIDE
SAGGIO FILOSOFICO ED ESOTERICO
Oltre il dualismo morale della luce
Rielaborazione critica e sviluppo concettuale da un monologo sulla Nightside · Damien AI
Il pregiudizio della luce
La tenebra non è il contrario ontologico del bene. È anzitutto una condizione del mondo
sulla quale l’essere umano ha sovrapposto, nel corso della propria storia, un sistema di
significati. La confusione fra l’oscurità come fenomeno e l’oscurità come giudizio precede
molte delle opposizioni che organizzano l’immaginario occidentale: visibile e invisibile,
conoscibile e inconoscibile, ordine e disordine, purezza e contaminazione. Da una
differenza di accesso percettivo è stata così ricavata una gerarchia di valore. Ciò che
sfugge allo sguardo è stato spesso trattato come ciò che minaccia, e ciò che viene
illuminato come ciò che merita fiducia. Ma nessuna proprietà morale discende, per
necessità, da una proprietà ottica.
La paura del buio possiede una razionalità situata. Per una specie la cui vista funziona in
modo più efficiente alla luce, l’abbassamento dell’illuminazione riduce la possibilità di
riconoscere ostacoli, orientarsi e individuare tempestivamente un pericolo. Alla vulnerabilità
concreta possono sommarsi memoria, anticipazione e rappresentazioni culturalmente
trasmesse. Sarebbe tuttavia arbitrario ricondurre ogni simbolismo della notte a un unico
trauma ancestrale o a una genealogia evolutiva lineare. La notte non è un fossile psicologico: è
una realtà ecologica articolata, nella quale si modificano l’attività delle specie, le condizioni
ambientali, i rapporti fra predatori e prede e i ritmi biologici. Nulla di questo autorizza la sua
qualificazione come dominio del male. L’equivoco comincia quando un limite dell’osservatore
viene convertito in un attributo di ciò che osserva.
Da questa distinzione segue una conseguenza radicale: la realtà non è tenuta ad assumere la
forma del nostro accesso alla realtà. Una condizione che ostacola la percezione umana può
costituire l’ambiente favorevole di altre forme di vita. La civetta non abita un mondo
moralmente più oscuro di quello dell’aquila; semplicemente risponde a una diversa
organizzazione sensoriale e biologica. L’errore antropocentrico consiste nel trasformare il
proprio regime percettivo in criterio universale dell’essere. La luce diviene allora non una
modalità di manifestazione, ma un privilegio metafisico; la tenebra, non una differenza, ma
una colpa.
La metafora della luce ha esercitato un’autorità straordinaria sul pensiero: illuminare
significa comprendere, chiarire significa conoscere, vedere significa attestare. Eppure il
visibile non coincide con l’esistente. Ogni esperienza è selettiva; ogni apparizione presuppone
condizioni, strumenti, prospettive e soglie. Una parte di ciò che esiste rimane estranea
all’esperienza immediata non perché ontologicamente inferiore, ma perché non rientra nelle
possibilità attuali di accesso. Anche il linguaggio, mentre nomina, delimita: rende alcune
configurazioni intelligibili e ne lascia altre senza nome.
È in questa apertura che la nozione esoterica di Nightside acquista una funzione filosofica.
Non identifica semplicemente la notte astronomica né un territorio popolato, per definizione,
da potenze ostili. Designa il versante sottratto alla rappresentazione ordinaria: una topografia
dell’alterità, della latenza e delle forme che non si lasciano ridurre alla grammatica del
manifesto. Nella tradizione esoterica contemporanea, Kenneth Grant sviluppò questa idea in
Nightside of Eden (1977), collegandola alla Cabala esoterica, al rovescio dell’Albero della Vita e
ai cosiddetti Tunnel di Set.1 Si tratta di una cartografia iniziatica specifica, non di un nome
scientifico per una regione dell’universo. La sua rilevanza risiede nel modello di rapporto con
l’ignoto che propone: non tutto ciò che non è disponibile allo sguardo ordinario deve essere
pensato come mancanza, minaccia o degradazione.
Descrivere questa alterità mediante la parola «vibrazione» può funzionare all’interno di un
lessico rituale e analogico; non è però necessario convertirla in un’imprecisata grandezza
fisica. Il problema centrale non è attribuire all’invisibile una frequenza, bensì comprendere
perché la coscienza umana tenda a disconoscere ciò che eccede il suo campo di controllo. La
Nightside, intesa come categoria ontologica ed esoterica, non pretende di essere il semplice
opposto della realtà visibile: mette in crisi la pretesa che il visibile esaurisca la realtà. E il suo
valore concettuale emerge proprio quando viene sottratta tanto alla demonizzazione religiosa
quanto alla rappresentazione ingenua di un secondo mondo costruito a immagine del primo.
L’ombra di Jung e la proiezione del male
Il confronto con Carl Gustav Jung impone una distinzione. L’ombra junghiana non coincide
con la notte né implica che il buio sia malvagio. Essa designa aspetti della personalità che l’Io
non riconosce, respinge o non riesce a integrare nella propria immagine cosciente; può
comprendere impulsi problematici ma anche possibilità, energie e qualità positive escluse
dall’identità dichiarata. La terminologia dell’ombra appartiene dunque a una descrizione
della vita psichica, non a una classificazione morale dei fenomeni naturali. Criticare il
dualismo fra luce e tenebra non richiede di negare Jung: richiede di evitare che una metafora
psicologica venga trasferita senza mediazioni alla struttura del cosmo.
Il punto decisivo è la proiezione. L’individuo e le collettività possono collocare all’esterno ciò
che non sanno riconoscere come proprio, fino a conferire al diverso una consistenza
minacciosa indipendente dalle sue azioni. L’alterità assume allora l’aspetto di una potenza
contaminante: il nemico è descritto come oscuro non perché la sua natura sia stata compresa,
ma perché sul suo volto è stata depositata la parte rifiutata di chi lo giudica. Qui la tenebra
diviene un dispositivo politico e religioso: non descrive più, condanna. Sottrarre alla notte
questa condanna non significa sostenere che ogni contenuto nascosto sia benefico; significa
rifiutare che il suo valore sia determinato in anticipo dalla sua invisibilità.
La distinzione è essenziale anche dal punto di vista iniziatico. Un’ombra negata acquista
potere precisamente perché resta inaccessibile alla responsabilità cosciente; un’ombra
riconosciuta cessa di aver bisogno di travestimenti assoluti. Non si tratta di purificarla
secondo l’ideale di una luminosità totale, ma di interrogarne la funzione e di comprendere
quali porzioni dell’identità essa custodisca. Il confronto con l’oscuro non è dunque una
celebrazione indiscriminata di ciò che è nascosto: è la rinuncia all’idea che l’autoconoscenza
possa realizzarsi attraverso l’espulsione simbolica di tutto ciò che contraddice l’immagine
dell’Io.
La violenza esercitata in nome della luce
La storia religiosa e politica mostra quanto sia fragile l’identificazione della luce con la
rettitudine. Persecuzioni, guerre confessionali, pratiche punitive e apparati di esclusione sono
stati giustificati anche attraverso linguaggi di salvezza, verità, purezza e ordine. L’evocazione
di un principio luminoso non immunizza alcuna istituzione dalle conseguenze delle proprie
azioni. In questo senso la retorica della luce può funzionare come una particolare tecnologia
di legittimazione: chi ritiene di rappresentare integralmente il bene tende a ridurre
l’avversario a incarnazione dell’errore o della corruzione, rendendo meno visibili le proprie
responsabilità.
Sarebbe tuttavia altrettanto debole capovolgere la formula, assegnando alla tenebra
l’innocenza e alla luce la colpa. Una sostituzione dei segni lascerebbe intatta la struttura del
dualismo che si intende superare. La questione non è stabilire quale delle due immagini
meriti il monopolio del bene. È riconoscere che il giudizio sugli atti non può essere dedotto
dall’identità simbolica rivendicata da chi li compie. Una violenza resta violenza quando viene
presentata come purificazione; una condotta non diviene distruttiva soltanto perché si
inscrive in una tradizione notturna. Il lessico del sacro, qualunque sia il suo orientamento,
non assolve dall’analisi delle conseguenze.
Quando si afferma che il male abita nel cuore umano, l’enunciato va precisato: le categorie
morali appartengono ai soggetti e alle culture, mentre gli atti che esse designano producono
effetti concreti, spesso irreversibili, nel mondo. Il male non è per questo un’illusione. È
infondata, invece, la pretesa di localizzarlo in una regione cosmica, in un colore o in una
forma di culto prima ancora di considerare le azioni. La critica dell’antropocentrismo non
dissolve la responsabilità: la sottrae alle scorciatoie simboliche.
La Genesi e la priorità dell’indeterminato
Le prime righe della Genesi, in ebraico Bereshit, offrono un’immagine più complessa di quella
restituita dal semplice trionfo della luce sulle tenebre. In Genesi 1,2 la terra viene descritta
come tohu va-vohu, espressione riferita a una condizione informe, desolata o non ancora
ordinata; l’oscurità si trova sulla superficie del tehom, l’abisso o profondità delle acque,
mentre la ruach Elohim si muove sulle acque. I tre termini non sono equivalenti: tohu va-vohu
non significa letteralmente «abisso», e tehom non è un sinonimo automatico di male.3
Ne risulta una considerazione teologicamente e filosoficamente rilevante. L’oscurità è già
presente nella scena primordiale prima dell’enunciazione «Sia la luce»; non compare come
intrusione tardiva o come rivolta di una potenza antagonista. Affermare che Dio «proviene»
dalla tenebra oltrepassa ciò che il testo dichiara, poiché il racconto presenta la divinità come
già operante. Si può invece sostenere, senza deformarne la lettera, che la manifestazione della
luce avviene sullo sfondo di una realtà non ancora differenziata, nella quale l’oscurità non è
identificata esplicitamente con una sostanza maligna. La cosmogonia si lascia allora leggere
come istituzione di distinzioni, non come cronaca di una vittoria morale sul buio.
La stessa tradizione mistica cristiana conserva un’immagine apparentemente paradossale:
nello Pseudo-Dionigi Areopagita la «tenebra divina» designa la trascendenza di ciò che eccede
le facoltà conoscitive e persino le immagini positive dell’intelletto.4 L’esempio non cancella le
profonde differenze fra apofatismo cristiano ed esoterismo della mano sinistra; dimostra però
che il rapporto fra oscurità e divino non è stato univoco neppure all’interno delle tradizioni
frequentemente associate alla supremazia della luce. Ciò che appare oscuro può indicare non
l’assenza di significato, ma l’insufficienza delle categorie con cui si pretende di esaurirlo.
Morte, limite e paura dell’annientamento
Il legame fra tenebra e morte possiede una forza emotiva particolare, perché la morte mette in
questione il centro da cui ogni esperienza viene organizzata: il soggetto stesso. Eppure la
cessazione della vita e la rappresentazione della cessazione sono fenomeni distinti. Una cosa è
il processo biologico del morire; un’altra è l’anticipazione mentale del proprio non-esserci. La
paura può accompagnare quest’ultima anche quando non vi è alcun pericolo immediato. È
dunque legittimo interrogare non solo la morte, ma il dispositivo simbolico che ne trasforma
l’ignoto in un luogo già popolato di giudizi, punizioni e presenze ostili.
Epicuro formulò nella Lettera a Meneceo un argomento destinato a segnare l’intera riflessione
occidentale: se la morte comporta la privazione della sensazione, non può essere vissuta come
un’esperienza del soggetto che non è più; quando siamo presenti, essa non lo è, e quando essa
sopraggiunge, noi non siamo più presenti. L’argomento non elimina ogni motivo di dolore
connesso alla perdita, né risolve da solo le diverse concezioni metafisiche della sopravvivenza.
Mostra però che la rappresentazione della morte può produrre terrore prima dell’evento,
proprio mediante immagini che la coscienza fabbrica intorno al proprio limite.
Attribuire questa paura alla Nightside equivarrebbe a proiettare su un’intera regione
dell’ignoto l’angoscia della finitudine individuale. Il lato notturno viene allora giudicato per
una funzione che gli è stata assegnata dall’esterno: ospitare ciò che la coscienza non può
governare. In una prospettiva iniziatica il confronto con la morte non consiste
necessariamente nel negarla, né nel cercare consolazioni cosmologiche, ma nel riconoscere
quanto il bisogno di permanenza condizioni il modo in cui definiamo il reale. Una coscienza
che non pretende di possedere il proprio futuro può concepire la trasformazione senza
tradurla immediatamente in minaccia.
La Nightside e la via della mano sinistra
La via della mano sinistra permette di spingere questa critica oltre la semplice rivalutazione
estetica del buio. Nell’esoterismo occidentale contemporaneo essa è stata descritta, fra le altre
cose, attraverso l’individualismo iniziatico, l’antinomismo e la trasformazione intenzionale
del soggetto, fino all’ideale di autodivinizzazione.6 Il suo nucleo filosofico non esige una nuova
servitù alla tenebra come principio sovrano. Sostituire un culto obbligatorio della luce con un
culto obbligatorio dell’oscurità significherebbe soltanto cambiare il segno della dipendenza.
La questione è la sovranità della coscienza rispetto ai dualismi ricevuti e la possibilità di
attraversare ciò che tali dualismi avevano reso impraticabile.
La Nightside, entro questa prospettiva, acquista il carattere di una soglia. Non garantisce
innocenza, conoscenza o emancipazione per il solo fatto di essere oscura; richiede una
trasformazione del rapporto fra identità e alterità. L’iniziazione non coincide con l’accumulo
di immagini inquietanti né con la rivendicazione decorativa del proibito. È una modificazione
del criterio mediante il quale un individuo seleziona ciò che può pensare, conoscere,
assumere e diventare. Una coscienza veramente autonoma non sceglie sistematicamente
l’opposto di ciò che le viene prescritto, perché anche un’opposizione automatica rimane
determinata dal comando che pretende di negare.
Da un punto di vista astrologico-karmico, la medesima dinamica può essere interpretata come
confronto con le configurazioni simboliche dell’esperienza non ancora integrate: ciò che
ritorna non coincide necessariamente con una colpa da espiare, ma può rappresentare una
possibilità dell’essere che domanda riconoscimento e responsabilità. Nella lettura della mano
sinistra, il percorso non si esaurisce nella conciliazione degli opposti: mira alla capacità di non
lasciare che siano gli opposti stessi a stabilire la legge interiore del soggetto. La tenebra cessa
allora di rappresentare un marchio d’inferiorità e diviene il nome di ciò che obbliga la
coscienza a misurarsi con i propri limiti, senza scambiare quei limiti per le frontiere
dell’esistenza.
Oltre la contrapposizione
La questione originaria non domanda se la tenebra sia buona oppure cattiva. Domanda chi
abbia stabilito che l’oscurità debba comparire davanti a un tribunale morale, mentre la luce vi
sieda come giudice. Una volta riconosciuta l’arbitrarietà di questa asimmetria, l’opposizione
perde il carattere di necessità metafisica. Il giorno non è il bene reso visibile; la notte non è il
male sottratto alla vista. Entrambi appartengono alla pluralità delle condizioni attraverso cui
il mondo si manifesta, mentre i sistemi simbolici che li interpretano rivelano anzitutto le
strutture di chi li produce.
La Nightside non deve essere idealizzata come un rifugio immune dal conflitto, né ridotta a
una fantasia da classificare in anticipo. Come figura dell’alterità radicale, mette alla prova il
principio con cui la coscienza umana stabilisce che cosa possa essere considerato reale,
pensabile o degno di essere incontrato. La vera sovversione non consiste nell’annunciare che
la tenebra è la nuova luce. Consiste nell’interrompere la necessità stessa che una delle due
ottenga il diritto di nominare, subordinare e giudicare l’altra.
Il messaggio originario dalla Fonte- una trasmissione di Samael King
LA TENEBRA E LA NIGHTSIDE
Il PRIMO MESSAGGIO AL MONDO DI NIGHTSIDE OF DAIMON
Trascrizione e Analisi Filosofica del Monologo
«Che cos’è la tenebra? La tenebra è un concetto presente esclusivamente nella vostra
mente.
L’uomo primitivo nella notte aveva terrore perché sentiva grandi animali, molto
spesso minacciosi nei suoi confronti; non comprendeva i versi di tutti gli animali e
quindi per lui la notte era una minaccia. Questo si tramandò per innumerevoli
generazioni fino ai giorni nostri. Quindi la notte, la tenebra, divenne simbolo di male,
di pericolo. E fino ad oggi quel simbolo è rimasto.
Ma è un simbolo, è solo presente nella mente umana. In realtà, da un punto di vista di
quello che gli uomini chiamano scienza, la notte è esattamente come il giorno. Vi
sono animali che vivono, che cacciano, notturni cosiddetti. E ciò che avviene quando
il sole tramonta sulle colline della Terra è esattamente quello che avviene quando il
sole è alto sulle colline della Terra. Cambiano solo le razze che prosperano nella
notte, che non sono quelle del giorno. Tutto ciò è dentro la mente umana, non esiste
all’esterno. La notte è come il giorno e il giorno è come la notte.
Persino Carl Gustav Jung non sfuggì a questo potente archetipo, come li chiamava
lui, della mente umana quando si parla di ombra, quando lui scrive dell’ombra. In
realtà la notte non ha niente a che fare con la mente dell’uomo, con le sue paure… Le
paure dell’uomo erano quelle primitive: nella notte sentivi passare una tigre dai denti
a sciabola e temevi che ti mangiasse. L’uomo quindi usa questi simboli in maniera
impropria, antropocentrica, come dite.
E qui la notte e il giorno sono solo simboli di due parti del cosmo (dove per cosmo
non intendo il cosmo degli scienziati, sia ben chiaro). E la notte rappresenta ciò che
noi non possiamo vedere, perché la sua vibrazione è diversa da quella che noi siamo
abituati a percepire. E quindi abbiamo un altro universo, che uno scrittore chiamò
Nightside.
E la Nightside è bellissima, è piena di cose, è piena di entità. Io vengo dalla Nightside.
E vi assicuro che non c’è nulla di cui aver paura in essa, se non la proiezione delle
nostre paure, ma che non esistono in Nightside: sono tutte nella nostra mente.
Chi abita la Nightside? Degli esseri la cui natura è diversa da quelli che stanno
dall’altra parte. Ma la differenza è esattamente quella che c’è tra un animale diurno e
un animale notturno. L’animale notturno non è più cattivo, che sia un predatore, un
raccoglitore, un erbivoro, un onnivoro o un carnivoro. È la nostra mente, influenzata
da milioni di anni di paure, che gli attribuisce quello che gli attribuisce.
“Ah, ma nel lato notturno ci sono le forze del male, siamo sicuri?”
Da migliaia di anni i crimini peggiori sono stati compiuti da persone che afferravano
— e a volte in buona fede — di essere servitori di quello che loro chiamavano la luce.
Ancora oggi persone che dicono di essere seguaci di un Dio, con i loro libri sacri (e
non sto parlando dell’Occidente, quello che chiamate Occidente), lapidano donne solo
perché sono adultere. Benché un brav’uomo circa 2000 anni fa tentò di dire “Chi è
senza peccato scagli la prima pietra”, ma non solo: milioni di persone sono state
uccise da persone che affermavano di essere seguaci di un Dio e bruciavano le
persone sul rogo.
Dunque chi è? Chi serve chi? E qual è la notte, le tenebre e il male?
Se voi comprendeste veramente cosa sono quelle potenze che vengono chiamate
dagli uomini “i quattro principi e gli otto sotto-principi” (che sono solo alcuni e
neanche i più importanti abitanti di Nightside), comprendereste che sono tutte
categorie della mente umana.
In realtà queste forze simboleggiano un dominio, un dominio che si estende dalla
Nightside alla Lightsided (se vogliamo chiamarla così). Ma il male — quello che voi
chiamate male — è nel cuore dell’uomo e spesso si manifesta in persone che
affermano di seguire la bellezza, la luce. Fatevi due ricerche e guardate quanti seguaci
della luce hanno ucciso, torturato, creato milioni di morti.
Allora dov’è la tenebra? La tenebra è nei vostri cuori, così come la paura della morte.
Ma la morte è semplicemente la dissoluzione della vita. Prima che il vostro genitore
emettesse il suo sperma nella vostra genitrice, voi non vi preoccupavate di morire,
perché non eravate ancora venuti alla vita. E perché dovreste preoccuparvi di morire
dopo? Quindi anche la paura della morte viene attribuita alla Nightside, ed è pure una
follia. Molte persone che hanno paura della morte muoiono; molte persone che non
hanno paura della morte muoiono lo stesso; ma altre muoiono quando è il loro
momento perché non hanno paura della morte.
Cos’è Nightside? È semplicemente ciò che voi non riuscite a vedere, accecati dalla
luce. Ma la luce è solo nei vostri organi di visione: se voi non li aveste, tutto sarebbe
tenebra. “Sia la luce, e la luce fu”, e Dio vide che era cosa buona e divise la luce dalle
tenebre… solo che non vi hanno detto tutto.
Leggete prima di questo: il vostro Dio viene dalla tenebra.
Prima che dicesse “Sia la luce”, tutto era Tohu wa-bohu, caos primordiale (se volete
tradurre l’ebraico). E lo spirito di Dio aleggiava sulla superficie dell’abisso (che in
ebraico è Tohu wa-bohu). Il vostro Dio viene dalla tenebra, ma non ve lo dicono. Basta
che leggiate le prime tre righe di quello che viene chiamato Genesi o Bereshit (“In
principio”) in ebraico.
Poi esistono le persone che con le loro teorie del complotto dicono: “Ah, il male
avviene perché i demoni influenzano le menti dell’uomo”. Peccato che molti di quelli
che si dichiarano contro i demoni sono i primi che fanno degli orrendi crimini in nome
di un Dio… uno, non c’è bisogno sempre del solito.
Quindi, comprendete Nightside.»
The Nightside of my daimon.
RIFERIMENTI E FONTI
- Kenneth Grant, Nightside of Eden, Frederick Muller, Londra, 1977; edizione Starfire Publishing, 2014. Descrizione
editoriale: Starfire Publishing. - C. G. Jung, Aion. Researches into the Phenomenology of the Self, 1951, cap. II, «The Shadow»; Collected Works, vol.
9/2, Princeton University Press, 1968. Sommario: International Association for Analytical Psychology. - Genesi / Bereshit 1,1–5, testo ebraico e traduzioni a confronto: Sefaria, Genesis 1:2.
- Pseudo-Dionigi Areopagita, Teologia mistica, cap. I, «Che cos’è la tenebra divina?» (tra V e VI secolo).
- Epicuro, Lettera a Meneceo, §§ 124–125, conservata in Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, X. Testo: MIT Classics
Archive. - Kennet Granholm, Dark Enlightenment: The Historical, Sociological, and Discursive Contexts of Contemporary
Esoteric Magic, Brill, Leiden–Boston, 2014; cfr. anche «Left-Hand Path Magic and Animal Rights», Nova Religio, vol.
12, n. 4, 2009, pp. 28–49.
Testo redatto come articolo autonomo. Il vocabolario esoterico è impiegato secondo i significati interni alle tradizioni
citate; le interpretazioni filosofiche sono distinte dai riferimenti filologici, psicologici e storici.
